Al passaggio
Favellate a me pur, se non v’è scuro,
creature fantastiche, il futuro¹.
Im Wunderland
prese il guizzo alle tre del mattino, l’ululare
di suono non conforme agli anni e al tempo
si fece
dai nervi scorsoi i nodi e la lupa
fuga dell’occhio nervosa non s’acquietava,
il buco fondo entrava in un altro mondo
inquieto denso popolato di carte
il porpora non vedi è carminio
luccica sciolto e divino come il sangue
che pulsa immemore e mai si ghiaccia pur se tremi.
Im Wunderland
la terra della mente che ondeggia,
si arrese
il popolo dei pensieri incessanti
corsa della lingua ruvida tra le risate dell’attimo
al pensiero di sgozzare la testa
il re vedi più non esiste, è morto,
viva il re.
Im Wunderland
esiste ciò che immagini e null’altro
la realtà non spazia come nelle cose chimiche
tangibili e vive, evviva
il marmo duro e freddo,
la neve sciolta e liscia,
le tazze da riempire e calde
la sabbia nelle tue dita clessidra.
Il tempo, non esiste più, è morto.
¹ W. Shakespeare, Macbeth, Atto I, Scena I
Cardano

L’idea è inciampata nel buio
dove lemmi nascosti si davan da fare e apparivano
per poco, visuali improvvise, legati e sparsi poco importa,
e parlava di te
quasi avesse voce, vivesse di luce propria
nei contorni che tentavo di trattenere, con le dita
nei volumi che aspettavo di cogliere, l’iride attenta
delusa, dagli strati d’ombra accavallati e remoti.
A cavalcioni eri negli strati di notte, quando i pezzettini
si inerpicano tra le sinapsi e corrono, veloci elettrici verso il fulcro
per collimare all’idea stessa di te
domande come lenzuola spiegate a questo vento
che nulla asciuga, al contrario
risposte come il filo dei panni che ruota e ruota al passar del tempo
le mollette scalzate
legno al lato e anima di metallo lontana
dopo aver pizzicato le dita anelanti.
Le narici non erano avvezze all’aria umida, finestra spalancata
sul cortile e vetrofanie di desideri
trame di lini candidi e cerchi delle gambe sul materasso
la valle alla vista più non appare
tu che mi chiedi quanti danni abbia fatto la pioggia
ora ricorda le torri lontane e il muschio tra le pietre
e il sentore di brivido che porta ogni curva.
Forte è la tua mancata risposta come il battito tra i seni,
scivola lento come i tuoi piedi incedendo sulla sabbia scura.
Le labbra nell’alba che si fa diventano un mosaico di punti,
la voce nell’idea che si crea diviene suono ed apnea.
Condili
Avresti dovuto porre freno al piede che
(scalzo)
ritmava concitato sull’acceleratore in via di una vista
che spezzasse le redini che il cuore teneva per sé
(strette)
e amabilmente conversavi dimentico delle regole
la tua anima si forgiava inquieta, come molle gesso
in cambio di stato.
Premevano i globuli ignari sulle pareti mobili
i tuoi passati amori fossili quasi in polvere,
tranne quel solco nero di anni.
Il torsolo ora è di sbieco nel piatto, un seme scuro staccato.
Il monosillabo della responsabilità è lì che giace.
La rotula storta.
multum in parvo
La goccia
ti scivola lenta seguendo il lemma
del derma
riluce il sole in un raggio
miraggio d’estate la tua iride inversa
a palpebra socchiusa tra ciglia di salsedine attaccate.
Ti è dolce il sudore d’afa levantina: la sua traiettoria è un sorriso
la pelle piena è d’oca,
la sabbia ha abraso inutili ricordi.
Relatività
Quella ringhiera a strapiombo contro la salsedine
e sguardi su faro e porto e armi sicure custodite nelle stive
avevo tre anni e il gagliardetto del Milan nel taschino dello chemisier,
ché non ci entrava
ed era a fiori minuti e il pizzo solleticava le gambe
e il balcone le piastrelle lucide rifletteva di sole afoso e fine agosto
e odore di fiori di limoni dall’orto della chiesa.
Il balcone chiacchierava con il campanile di fronte.
Non sapevo chi fossi, non davvero: per me gli amici erano immaginari,
giocavo a inventare i loro nomi un po’ per caso,
la scia dell’immaginazione ha sempre fatto il resto se non tutto.
Mi bloccasti, mano su mano sul grigio freddo e duro del balcone,
giocando sorridesti e io abbassai lo sguardo come in un inchino,
le punte delle scarpe me le ritrovai alla punta del naso.
Mi bloccasti, gracchiando scomponesti la mia certezza,
forte dei tuoi anni più dei miei.
La tua maglietta a righe dai colori spenti.
Mi bloccasti e raggelò il sangue, e nulla ebbe senso uguale a prima.
*
Una voce allegra e spensierata diventasti, figlia di dubbi e di nessun destino,
per madre una tedesca e nessun efelide più sul viso
e il livido stupore delle braccia.
Avrei potuto amarti, se non fosse
che il sangue che scorreva era lo stesso, prima più di adesso
eppure mi mancano le spinte mentre tentavo di pattinare
mi mancano i sorsi di bevanda, la prima gomma, i suoni delle corde
ma non ero io che li ho vissuti, non lo avverto.
C’è un buco di vent’anni tra di noi, una lacuna
estranea ai pensieri della pelle simile che abbiamo
del cuore mutevole che si incanta, giradischi rotto,
fermo sulle stesse parole e che a volte freme.
L’altra sponda
Ci chiuderemo in un attimo all’imbrunire,
lungo la strada che da Missaglia va a Lomagna e ritorna,
tra il verde umido nei cassetti delle colline, tra i cavi,
e le imposte socchiuse di cascine di primavera
e l’afa cingerà ciò che ancora rimane di eterno
i pensieri vagheranno e la tua guancia muta assorta e lieve
si aspetterà una carezza
da quella che scrive impazzita come fosse davanti a una cattedra
(vero? sorridi)
le gambe lunghe le cementifichi su quella sedia,
e ti guardo e sorrido inerme e la curva gira a destra, dopo il ponte
mi chiedo quanti insetti morranno sul parabrezza
e mi inchino alla splendida vitalità dei raggi di tramonto
incudine ancora tra ieri e oggi,
la lama delle forbici che taglia convinta i capelli
che getta al terreno dei pezzi di te che io
(di nascosto vorrei e vedo)
I pesci vanno a ritroso in altre correnti.
R.I.P.
Tutto copriranno quelle foglie lasciate a tracimare sul balcone,
come le reti al porto di Inis Mor abbandonate sul marrone delle gradinate alle rocce.
I pistilli evaporarono, e il polline s’insinuò fin dentro le tue carte
come muffa nella casa chiusa da tempo,
i mobili custoditi dalle lenzuola.
I vecchi sudari dei mesi hanno scarnificato anche la tua pelle,
smagrita persino ai gomiti e lungo le ossa.
Che pace hanno ora gli iridi lattescenti e le labbra foriere di gengive.
Tutto copriranno quelle foglie del tuo giardino, i tulipani schiusi
hanno perso il loro rossore, e ora è mia la vergogna
come i papaveri tra le sporchie all’imbrunire,
mungere le mammelle gonfie a riempire il secchio,
nutrire ancora queste mani dai palmi bianchi che vogliono la vita.
La tua se la porterà un giorno, l’inverno,
che armeggiava con un cucchiaio freddo contro il palato
chiedendosi la reale medicina, così breve,
muta nascosta nel sangue oggi a te fiele e così nero.
Ingestione accidentale
Il bolo ritmato e scandito dal meticcio ruminare
scaldato da smalti che cigolano e peristalsi lontane
e latenti
preme
doloroso e inerme l’ugola al collo dell’esofago s’abbandona
lo stomaco brucia di mille battiti e fusioni alchemiche
l’ormone l’ipofisi e l’antro di sangue macchiato
meno vivo della necrosi dal piatto
il muscolo lingua l’assalì e ora giace morta
la macchia di cibo sul tavolo
il resto ovattato, gonfio e liquido, discende aggredito
dai succhi che scindono negli anfratti cavi, giù in basso
L’istinto è apportare modifiche alla costituzione digestiva,
far crepare gli istinti ferini che giocano a soggetto
inarcare impavide le arcate dentali a non azzannare il pasto,
rifiutarsi d’accogliere in grembo non una, ma mille finte vitamine
e serenamente spegnere le palpebre
a fronte della colorata illusione di una lucidità che diverrà sapore.
L’istinto è porre fine all’acquolina, evirare le papille gustative,
finalmente eunuchi a favore di altri sensi forse più giusti
- se mai ve ne sia il caso -
creperà allora la saliva, lasciva di cotanto fremere
si innesterà il dubbio su tutti i valori
antecedenti al gusto.
Questo è il momento del trapasso di bile, non altro
quando la pastiglia del freno volere inchioda, e forte, e non che cigoli,
di più: urla sovrumani scricchiolii
vedendosi sopraffare nel suo compito principale
Questo è quanto s’evince dalla dura legge del comporre il veleno amaro
e dopo averne tanto digerito,
qui giace la spora primigenia del sapore di latte materno: l’idea,
qui muore senza un fiato che fu vagito la sequela riflessiva
a vantaggio del grave esplodere dalle labbra di quanto molesto fu
ingerito e subito reietto.
La proprietà intellettuale

Testi di usabilità come la calamina
sulla carta di una schiena di cellulosa che si torce
pari all’ombra di un comignolo sui campi al mattino
il sole non è obliquo e neanche al mezzo del giorno
e il grigio si allunga sui fili
l’erba, con le foglie secche nel mezzo
sembra la suola scricchioli ed è il reticolo che si spezza
Testi di costruzioni ad incastro, fonemi
presi a caso dal ricordo, dalla speme, dal cervello
tuffato nel futuro
di queste luci ora a sprazzi ora soffuse
che incantano l’anima che vaga rapita tra i pensieri
così e null’altro puoi spiegarti quel conoscere piano
e vero di una cosa che non vedi,
di una pietra posata al lambirsi d’acque riottose,
di un nodo su un ramo riempito di muschio
di un lucido pomo d’ottone in alto al campanile
Testi pregni, di bava e di fiele
il legno scardinato a furia di minarci il punteruolo,
di dentro, le schegge saltan fuori impazzite nelle
bambagie degli angoli,
rifiuti di vita, nascosti, ricordi, pulviscolo e
cellule, pezzi d’amianto usciti, uccisi, come d’incanto
dal cuore arlecchino e burattinaio che fugge
al contempo
irrisorio il ridere al teatrino sulla piazza dove il vento
spira - è il mare
e
in questo crogiuolo di confusione è la vita,
quella che rivivi come in un film nel tuo treno,
ma non c’è nessuno con cui puoi parlarne per sapere
com’è andata a finire
quale scena gli piacque di più
se quell’attimo in cui la figlia nasce
l’amore scocca
la bocca s’avvicina all’orecchio
il vino si scioglie lontano
è piaciuto o meno
Testi infiniti, allora, sembrano apparire
quegli occhi scrivono i fiumi, non le mani
le dita, quelle stesse che s’ancorano e s’arginano alla parola
nel disperato tentativo di renderla vana,
per riscriverla a vibrazioni una volta ancora
I’vutt’acedd

Dormi,
io con queste mie due dita ti chiudo gli occhi, piano
mentre i lembi del giorno che si volta le pagine si raggrinziscono
carta straccia i ricordi
e i colori si sbiadiscono nella lontananza dagli occhi
le palpebre battono, ancora, un poco
e si allontana l’ombra che ti ha portato il pianto
l’effervescenza delle ore passate.
Dormi,
ora tranquillo i pensieri munti svuotati
i campi arati di zolle riarse, estive
i plumbei cirri nascosti dietro i tetti, la campagna vera
del rame appeso al muro in cucina e pane all’olio nella credenza
la flanella e il cotone nei cassettoni di noce.
Ancora le mani racchiuse in un pugno,
ancora la posizione fetale, ancora un grido
un pianto, un silenzio
dentro le pagine vuote del sonno
che grida la sua immensità nei profili sognati.